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Caso di presunta malasanità e violenza privata all’ospedale di Termini Imerese

News 7 marzo 2018

COMUNICATO STAMPA

Il 2 marzo 2018 nell’aula del Giudice Sabina Raimondo di Termini Imerese (PA) si è tenuta la prima udienza di discussione su un caso di presunta malasanità e violenza privata che non può non suscitare profonda indignazione. Un caso che ha coinvolto G. S., primario dell’ospedale di Termini Imerese, e che si riferisce a fatti avvenuti all’inizio del mese di dicembre del 2010.
I fatti. V., 24 anni e incinta di 4 mesi, si ricovera all’ospedale “Salvatore Cimino” di Termini Imerese a seguito di forti dolori addominali e continui conati di vomito. Le viene riferito che bisogna intervenire chirurgicamente, ma i medici la tranquillizzano: sarà un intervento semplice in laparoscopia. Risvegliatasi dall’intervento, la donna avverte dolori lancinanti, ma le viene detto sbrigativamente che è una cosa normale. Nessun controllo, nessun accertamento. Solo dopo diverse ore viene sottoposta a una visita, da cui emerge che di normale non c’è proprio nulla: nel corpo della donna è in corso una copiosa emorragia. Purtroppo, come rilevato successivamente dai consulenti tecnici del PM, questa emorragia a lungo trascurata dai medici causa la morte del feto.
Il giorno dopo V. viene informata del decesso del piccolo: come si può immaginare, ne è sconvolta. Purtroppo, però, la sua disavventura non finisce qui. Anche se la donna non è in pericolo di vita – come confermato all’unanimità dai consulenti medici del giudice, del PM e delle parti civili – il personale medico le comunica di volerla sottoporre a un ciclo di trasfusioni di sangue. La donna, però, per motivi religiosi non accetta trasfusioni di sangue, cosa che ha fatto presente ai medici sin dal momento del ricovero. Accetta tutti gli altri trattamenti medici, ma non le emotrasfusioni. E così chiede di essere curata con terapie alternative. Ma il dott. S. non vuole sentire ragioni: deciso a trasfondere, ricorre alla Procura della Repubblica, che però gli nega l’autorizzazione a procedere. Allora, stando al racconto di V., succede l’impensabile: S. e il suo staff chiudono la porta; allontanano il cellulare della donna; le bloccano braccia e gambe e, nonostante le grida e le lacrime di V., procedono a trasfonderla coattivamente. Mentre vede il sangue della sacca entrare nelle sue vene, V. si sente violentata.
Sono passati sette anni. Oggi V. ha 32 anni, ma non riesce a dimenticare quel giorno, e probabilmente non ci riuscirà mai. Un giorno in cui la trascuratezza e la prepotenza di alcuni medici l’hanno privata del suo bambino e della sua dignità. Va ribadito, ancora una volta, che gli accertamenti di tutti i consulenti tecnici hanno escluso categoricamente che le trasfusioni a cui V. fu sottoposta potessero essere considerate necessarie.
Nell’udienza del 2 marzo 2018 il PM ha chiesto al Giudice la condanna di G. S. per aver trasfuso la donna contro la sua volontà. L’avvocato della parte civile ha illustrato il diritto inviolabile del rispetto della persona umana, della sua dignità e della sua libertà di decidere e di vivere secondo le proprie convinzioni religiose. In particolare ha spiegato che la Costituzione vieta espressamente trattamenti sanitari contro la volontà della persona, che le trasfusioni di sangue non sono trattamenti obbligatori e che anche il codice deontologico dei medici impone di rispettare il rifiuto di un paziente a una terapia medica.
Ora il Giudice Raimondo dovrà rispondere alla domanda con cui ha concluso la parte civile: “Quanto vale la dignità?”
La sentenza verrà emessa il 6 aprile 2018.

A. Musso

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